Dalla mancata ratifica del Trattato CED, nel 1954, sino al ReArm Europe Plan del 2025 l’iniziale disegno di integrazione difensiva si è arenato, e per certi aspetti rovesciato, passando dall’ambizioso progetto federalista di esercito europeo a un piano di sviluppo industriale nel settore della difesa. L’accelerazione impressa in questo ambito dal Libro bianco sulla difesa europea e dal ReArm Europe Plan non è accompagnata da alcun serio tentativo di rilanciare le capacità strategiche e operative dell’UE. Il metodo intergovernativo e la regola dell’unanimità, che dominano il settore della PESC, hanno sinora condannato la Politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) all’impasse. Anche la Cooperazione strutturata permanente (PESCO), avviata nel 2017, fatica a fare progressi significativi. Le missioni militari autonome dell’UE implicano la mobilitazione di piccoli contingenti, mentre le altre missioni operative avvengono congiuntamente alla NATO in base agli accordi Berlin Plus e si avvalgono delle strutture di comando di quest’ultima. Neppure la Bussola strategica del marzo 2022, nonostante il rafforzamento delle funzioni operative della Capacità militare di pianificazione e condotta (MPCC) dello Stato maggiore dell’UE (EUMS), rappresenta una svolta significativa in direzione dell’autonoma capacità difensiva dell’UE. Salvo l’impatto positivo sull’approvvigionamento-omogeneizzazione delle risorse difensive degli Stati membri, il ReArm Europe Plan rischia pertanto di rivelarsi strumentale alle politiche difensive e strategiche determinate da attori diversi dall’UE, confermando la subordinazione della difesa europea alla NATO. È infatti evidente che i due ambiti, quello delle risorse militari e quello delle capacità di intervento, sono complementari e che dovrebbero procedere congiuntamente nella costruzione di un’autentica difesa comune. La scelta politica e giuridica di dirottare ingenti risorse pubbliche europee su un piano di riarmo del tutto sganciato dalla prospettiva di un’integrazione politica e militare, oltre a rivelare la miopia della governance sovranazionale, mette in luce diversi problemi irrisolti di diritto pubblico europeo

Il paradosso di un’industria europea della difesa senza una difesa comune

matteo frau
2025-01-01

Abstract

Dalla mancata ratifica del Trattato CED, nel 1954, sino al ReArm Europe Plan del 2025 l’iniziale disegno di integrazione difensiva si è arenato, e per certi aspetti rovesciato, passando dall’ambizioso progetto federalista di esercito europeo a un piano di sviluppo industriale nel settore della difesa. L’accelerazione impressa in questo ambito dal Libro bianco sulla difesa europea e dal ReArm Europe Plan non è accompagnata da alcun serio tentativo di rilanciare le capacità strategiche e operative dell’UE. Il metodo intergovernativo e la regola dell’unanimità, che dominano il settore della PESC, hanno sinora condannato la Politica di sicurezza e di difesa comune (PSDC) all’impasse. Anche la Cooperazione strutturata permanente (PESCO), avviata nel 2017, fatica a fare progressi significativi. Le missioni militari autonome dell’UE implicano la mobilitazione di piccoli contingenti, mentre le altre missioni operative avvengono congiuntamente alla NATO in base agli accordi Berlin Plus e si avvalgono delle strutture di comando di quest’ultima. Neppure la Bussola strategica del marzo 2022, nonostante il rafforzamento delle funzioni operative della Capacità militare di pianificazione e condotta (MPCC) dello Stato maggiore dell’UE (EUMS), rappresenta una svolta significativa in direzione dell’autonoma capacità difensiva dell’UE. Salvo l’impatto positivo sull’approvvigionamento-omogeneizzazione delle risorse difensive degli Stati membri, il ReArm Europe Plan rischia pertanto di rivelarsi strumentale alle politiche difensive e strategiche determinate da attori diversi dall’UE, confermando la subordinazione della difesa europea alla NATO. È infatti evidente che i due ambiti, quello delle risorse militari e quello delle capacità di intervento, sono complementari e che dovrebbero procedere congiuntamente nella costruzione di un’autentica difesa comune. La scelta politica e giuridica di dirottare ingenti risorse pubbliche europee su un piano di riarmo del tutto sganciato dalla prospettiva di un’integrazione politica e militare, oltre a rivelare la miopia della governance sovranazionale, mette in luce diversi problemi irrisolti di diritto pubblico europeo
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