Il contributo analizza criticamente il modello di democrazia sociale delineato nell’ordinamento dell’Unione europea, mettendone in luce le persistenti fragilità sul piano della legittimazione democratica e dell’effettività dei diritti sociali, con particolare riferimento al diritto del lavoro. Muovendo dal divario tra il costituzionalismo sociale europeo e le tradizioni costituzionali degli Stati membri, il contributo individua le principali cause della “minorità” dei diritti sociali nel contesto sovranazionale, riconducibili alla preminenza dell’integrazione economica su quella sociale e alla difficoltà di costruire un modello unitario di Stato sociale compatibile con ordinamenti costituzionali eterogenei. L’analisi si sofferma sulla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e sul Pilastro europeo dei diritti sociali, evidenziandone i limiti strutturali e la ridotta capacità trasformativa. Pur rappresentando un tentativo di riequilibrio rispetto alla tradizionale trazione economica dell’integrazione, tali strumenti si caratterizzano per una debole efficacia giuridica e per una natura prevalentemente programmatica, che ne circoscrive l’incidenza concreta sulle situazioni soggettive e ne conferma la dipendenza dall’intervento degli ordinamenti nazionali. Il contributo esamina, quindi, l’impatto delle politiche europee del lavoro – in particolare della strategia della flexicurity – sulla frammentazione del mercato occupazionale e sulla diffusione di forme di lavoro caratterizzate da tutele insufficienti, con specifico riferimento al lavoro digitale e alle nuove configurazioni di subordinazione sostanziale. Si evidenzia la difficoltà di conciliare il modello debole di democrazia sociale europea con un ordinamento costituzionale, come quello italiano, che pone il lavoro a fondamento della Repubblica e lo configura quale strumento primario di realizzazione della dignità sociale della persona.

Considerazioni sul futuro della democrazia sociale in Italia e in Europa

Adriana Apostoli
2025-01-01

Abstract

Il contributo analizza criticamente il modello di democrazia sociale delineato nell’ordinamento dell’Unione europea, mettendone in luce le persistenti fragilità sul piano della legittimazione democratica e dell’effettività dei diritti sociali, con particolare riferimento al diritto del lavoro. Muovendo dal divario tra il costituzionalismo sociale europeo e le tradizioni costituzionali degli Stati membri, il contributo individua le principali cause della “minorità” dei diritti sociali nel contesto sovranazionale, riconducibili alla preminenza dell’integrazione economica su quella sociale e alla difficoltà di costruire un modello unitario di Stato sociale compatibile con ordinamenti costituzionali eterogenei. L’analisi si sofferma sulla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea e sul Pilastro europeo dei diritti sociali, evidenziandone i limiti strutturali e la ridotta capacità trasformativa. Pur rappresentando un tentativo di riequilibrio rispetto alla tradizionale trazione economica dell’integrazione, tali strumenti si caratterizzano per una debole efficacia giuridica e per una natura prevalentemente programmatica, che ne circoscrive l’incidenza concreta sulle situazioni soggettive e ne conferma la dipendenza dall’intervento degli ordinamenti nazionali. Il contributo esamina, quindi, l’impatto delle politiche europee del lavoro – in particolare della strategia della flexicurity – sulla frammentazione del mercato occupazionale e sulla diffusione di forme di lavoro caratterizzate da tutele insufficienti, con specifico riferimento al lavoro digitale e alle nuove configurazioni di subordinazione sostanziale. Si evidenzia la difficoltà di conciliare il modello debole di democrazia sociale europea con un ordinamento costituzionale, come quello italiano, che pone il lavoro a fondamento della Repubblica e lo configura quale strumento primario di realizzazione della dignità sociale della persona.
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