La vita contemporanea impone ritmi e modalità di gestione del quotidiano lontane dalle esigenze di benessere e qualità alle quali aspiriamo. L’equilibrio fra dimensione privata e dimensione professionale è reso precario dall’organizzazione poco razionale dei servizi. Tutto ciò influenza negativamente la qualità dell’esistenza. Il cohousing, ovvero la scelta di abitare in comunità di vicinato elettivo condividendo i principali servizi e la loro gestione, è una alternativa percorribile, una risposta non utopica ai problemi che vivono gli abitanti di ogni realtà metropolitana. Le motivazioni sono l’aspirazione a ritrovare dimensioni perdute di socialità e il desiderio di ridurre la complessità della vita e dei costi di gestione delle attività quotidiane. Il momento più delicato per la costituzione di una comunità di cohousing è la progettazione partecipata, infatti esistono società di servizi che seguono queste comunità fin dall’inizio della loro formazione attraverso la facilitazione dei gruppi da parte di sociologi, psicologi e architetti appositamente formati. Francesca Guidotti nel suo Ecovillaggi e cohousing spiega che spesso i due termini vengono confusi come se fossero sinonimi, e che la differenza più evidente sta nella «scelta di ubicazione geografica: l’ecovillaggio sorge prevalentemente in aree rurali, a bassa densità abitativa, dove la possibilità di stabilire uno stretto rapporto con la natura e la terra rappresenta uno degli aspetti di maggiore attrattiva. […] Il cohousing ha invece come proprio ambiente “naturale” il contesto urbano, principalmente le grandi città […]. Questo non significa che chi vive in un cohousing trascuri il rapporto con la terra e la natura, ma nella maggior parte dei casi questo non è il focus principale oppure assume differenti forme di resistenza “verde” creativa, come orti sul balcone, orti sociali […]». Queste differenze tra i due modi di abitare sembrano però gradualmente svanire e confondersi sull’onda, sempre più incalzante, dei rapidi cambiamenti fisici e sociali che, a partire dagli ultimi decenni del XX secolo, stanno trasformando radicalmente le geografie urbane e i relativi modi di abitare le grandi città europee. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che la stessa idea storica di città, e le numerose elaborazioni teoriche che la riguardano, sta progressivamente scomparendo assorbita da una realtà territoriale talmente ampia e complessa da mettere in crisi lo stesso concetto di confine urbano. Per varie ragioni una sorta di pratica agricola creativa sta costellando le città-territorio, aprendo il campo a nuovi modelli di riconversione di intere parti di tessuto costruito. Al centro del dibattito sono pertanto i luoghi di confine in senso lato: margini o terre di nessuno per lo più interne alla stessa area metropolitana dove può essere spesso adottato il termine rururbano.

Co-Citying - Riattivare i confini infraurbani per la conservazione delle diversità

Olivia Longo
2017-01-01

Abstract

La vita contemporanea impone ritmi e modalità di gestione del quotidiano lontane dalle esigenze di benessere e qualità alle quali aspiriamo. L’equilibrio fra dimensione privata e dimensione professionale è reso precario dall’organizzazione poco razionale dei servizi. Tutto ciò influenza negativamente la qualità dell’esistenza. Il cohousing, ovvero la scelta di abitare in comunità di vicinato elettivo condividendo i principali servizi e la loro gestione, è una alternativa percorribile, una risposta non utopica ai problemi che vivono gli abitanti di ogni realtà metropolitana. Le motivazioni sono l’aspirazione a ritrovare dimensioni perdute di socialità e il desiderio di ridurre la complessità della vita e dei costi di gestione delle attività quotidiane. Il momento più delicato per la costituzione di una comunità di cohousing è la progettazione partecipata, infatti esistono società di servizi che seguono queste comunità fin dall’inizio della loro formazione attraverso la facilitazione dei gruppi da parte di sociologi, psicologi e architetti appositamente formati. Francesca Guidotti nel suo Ecovillaggi e cohousing spiega che spesso i due termini vengono confusi come se fossero sinonimi, e che la differenza più evidente sta nella «scelta di ubicazione geografica: l’ecovillaggio sorge prevalentemente in aree rurali, a bassa densità abitativa, dove la possibilità di stabilire uno stretto rapporto con la natura e la terra rappresenta uno degli aspetti di maggiore attrattiva. […] Il cohousing ha invece come proprio ambiente “naturale” il contesto urbano, principalmente le grandi città […]. Questo non significa che chi vive in un cohousing trascuri il rapporto con la terra e la natura, ma nella maggior parte dei casi questo non è il focus principale oppure assume differenti forme di resistenza “verde” creativa, come orti sul balcone, orti sociali […]». Queste differenze tra i due modi di abitare sembrano però gradualmente svanire e confondersi sull’onda, sempre più incalzante, dei rapidi cambiamenti fisici e sociali che, a partire dagli ultimi decenni del XX secolo, stanno trasformando radicalmente le geografie urbane e i relativi modi di abitare le grandi città europee. Ciò è probabilmente dovuto al fatto che la stessa idea storica di città, e le numerose elaborazioni teoriche che la riguardano, sta progressivamente scomparendo assorbita da una realtà territoriale talmente ampia e complessa da mettere in crisi lo stesso concetto di confine urbano. Per varie ragioni una sorta di pratica agricola creativa sta costellando le città-territorio, aprendo il campo a nuovi modelli di riconversione di intere parti di tessuto costruito. Al centro del dibattito sono pertanto i luoghi di confine in senso lato: margini o terre di nessuno per lo più interne alla stessa area metropolitana dove può essere spesso adottato il termine rururbano.
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