L’articolo esamina il primo rinvio pregiudiziale attivato dalla Corte costituzionale italiana nei confronti della Corte di giustizia europea, e analizza le decisioni con le quali è stata posta la questione d’interpretazione del diritto comunitario, la risposta del giudice europeo e la conseguente decisione del giudice costituzionale di accogliere la questione di legittimità al suo esame per contrasto con le norme europee. L’esito della vicenda, in particolare, mostra una certa passività della Corte costituzionale che, anziché interloquire su un piano di parità con la CGCE, è sembrata piuttosto accoglierne passivamente le indicazioni, complice forse anche lo scarso “tono costituzionale” della questione sottostante. In generale, un po’ come accade nel rapporto tra legge statale e leggi regionali, anche il contrasto fra legislazione nazionale e norme comunitarie tende ad assumere solo indirettamente rango costituzionale, mentre di fatto si sostanzia in un’antinomia diretta tra fonti subordinate che non esprimono norme di principio ma semplicemente attuano politiche legislative o di carattere materialmente amministrativo nelle materie interessate dalle competenze comunitarie. Non a caso questi contrasti sono in gran parte perfettamente risolti dai giudici comuni con lo strumento della disapplicazione. Viceversa, la Corte costituzionale dichiarando illegittime le leggi nazionali che contrastano con quelle comunitarie determina effetti definitivi e generalizzati per lo più eccessivi rispetto al tipo di contrasto normativo in questione. Se il giudice costituzionale italiano volesse davvero contribuire a rafforzare le basi costituzionali dell’ordinamento comunitario, dovrebbe dunque cercare il dialogo con la Corte di giustizia su un piano più elevato che coinvolga i grandi temi del rapporto fra gli ordinamenti e della tutela dei diritti fondamentali. In quest’ottica la Corte italiana farebbe bene a riappropriarsi delle questioni di compatibilità comunitaria che, pur senza far scattare l’argine dei controlimiti, vanno però a toccare norme e principi costituzionali nazionali provando a rivedere, per queste ipotesi, il riparto di giurisidizione fra giudice costituzionale e giudici comuni elaborato con la sentenza Granital.

Waiting for the Dialogue. The First Reference for a Preliminary Ruling of the Italian Constitutional Court

CARMINATI, Arianna
2010

Abstract

L’articolo esamina il primo rinvio pregiudiziale attivato dalla Corte costituzionale italiana nei confronti della Corte di giustizia europea, e analizza le decisioni con le quali è stata posta la questione d’interpretazione del diritto comunitario, la risposta del giudice europeo e la conseguente decisione del giudice costituzionale di accogliere la questione di legittimità al suo esame per contrasto con le norme europee. L’esito della vicenda, in particolare, mostra una certa passività della Corte costituzionale che, anziché interloquire su un piano di parità con la CGCE, è sembrata piuttosto accoglierne passivamente le indicazioni, complice forse anche lo scarso “tono costituzionale” della questione sottostante. In generale, un po’ come accade nel rapporto tra legge statale e leggi regionali, anche il contrasto fra legislazione nazionale e norme comunitarie tende ad assumere solo indirettamente rango costituzionale, mentre di fatto si sostanzia in un’antinomia diretta tra fonti subordinate che non esprimono norme di principio ma semplicemente attuano politiche legislative o di carattere materialmente amministrativo nelle materie interessate dalle competenze comunitarie. Non a caso questi contrasti sono in gran parte perfettamente risolti dai giudici comuni con lo strumento della disapplicazione. Viceversa, la Corte costituzionale dichiarando illegittime le leggi nazionali che contrastano con quelle comunitarie determina effetti definitivi e generalizzati per lo più eccessivi rispetto al tipo di contrasto normativo in questione. Se il giudice costituzionale italiano volesse davvero contribuire a rafforzare le basi costituzionali dell’ordinamento comunitario, dovrebbe dunque cercare il dialogo con la Corte di giustizia su un piano più elevato che coinvolga i grandi temi del rapporto fra gli ordinamenti e della tutela dei diritti fondamentali. In quest’ottica la Corte italiana farebbe bene a riappropriarsi delle questioni di compatibilità comunitaria che, pur senza far scattare l’argine dei controlimiti, vanno però a toccare norme e principi costituzionali nazionali provando a rivedere, per queste ipotesi, il riparto di giurisidizione fra giudice costituzionale e giudici comuni elaborato con la sentenza Granital.
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