Il saggio contiene una serie di riflessioni sul termine soglia e sulle sue varie accezioni, incrociando i suoi significati legati all’architettura con quelli che possono rappresentare gli spazi teatrali. L’obiettivo è quello di sviscerare le sequenze concettuali, contenute nei diversi significati del termine, che possono strutturare un ragionamento di tipo compositivo-progettuale aprendo il campo allo spazio teatrale inteso quale spazio di vita quotidiana e pertanto spazio architettonico e urbano. I passaggi teorici sono sostenuti dalle definizioni di spazio di Foucault e dal suo noto concetto di eterotopia: gli spazi-soglia assomigliano alle eterotopie foucaultiane: «[…] contro-luoghi, specie di utopie effettivamente realizzate nelle quali i luoghi reali, tutti gli altri luoghi reali che si ritrovano all’interno della cultura vengono al contempo rappresentati, contestati e sovvertiti; una sorta di luoghi che si trovano al di fuori di ogni luogo, per quanto possano essere effettivamente localizzabili. […] L’eterotopia ha il potere di giustapporre in un unico luogo reale, diversi spazi, diversi luoghi che sono tra loro incompatibili. È così che il teatro realizza nel riquadro della scena tutta una serie di luoghi che sono estranei gli uni agli altri […]». Fare architettura significa mettere in relazione corpi-menti-spazi, il lavoro dell’architetto può essere molto simile a quello del regista se si concepisce lo spazio architettonico come uno spazio scenico dove attori e spettatori (di carne pietra legno o metallo) convivono più o meno inconsapevolmente: interagendo e scambiandosi i ruoli continuamente essi possono esprimere le proprie potenzialità forse sconosciute e sopite. Le soglie sceniche possono essere simili agli spazi concepiti da Bill Viola: mondi immaginali, spazi che non sono né qui né là e che tuttavia sono reali. Sono mondi fatti di immaginazione, idee, sogni, ricordi, forse i mondi più importanti per l’essere umano. Viola si riferisce alla realtà virtuale dove l’immagine grafica, tradizionalmente considerata una registrazione di entità già esistenti (una traccia, un segno su una superficie) conquista quella fluidità radicale, quella volatilità, quella stessa casualità e quelle potenzialità metamorfiche proprie dell’attimo presente.

Architettura di soglie sceniche

LONGO, Olivia
2006-01-01

Abstract

Il saggio contiene una serie di riflessioni sul termine soglia e sulle sue varie accezioni, incrociando i suoi significati legati all’architettura con quelli che possono rappresentare gli spazi teatrali. L’obiettivo è quello di sviscerare le sequenze concettuali, contenute nei diversi significati del termine, che possono strutturare un ragionamento di tipo compositivo-progettuale aprendo il campo allo spazio teatrale inteso quale spazio di vita quotidiana e pertanto spazio architettonico e urbano. I passaggi teorici sono sostenuti dalle definizioni di spazio di Foucault e dal suo noto concetto di eterotopia: gli spazi-soglia assomigliano alle eterotopie foucaultiane: «[…] contro-luoghi, specie di utopie effettivamente realizzate nelle quali i luoghi reali, tutti gli altri luoghi reali che si ritrovano all’interno della cultura vengono al contempo rappresentati, contestati e sovvertiti; una sorta di luoghi che si trovano al di fuori di ogni luogo, per quanto possano essere effettivamente localizzabili. […] L’eterotopia ha il potere di giustapporre in un unico luogo reale, diversi spazi, diversi luoghi che sono tra loro incompatibili. È così che il teatro realizza nel riquadro della scena tutta una serie di luoghi che sono estranei gli uni agli altri […]». Fare architettura significa mettere in relazione corpi-menti-spazi, il lavoro dell’architetto può essere molto simile a quello del regista se si concepisce lo spazio architettonico come uno spazio scenico dove attori e spettatori (di carne pietra legno o metallo) convivono più o meno inconsapevolmente: interagendo e scambiandosi i ruoli continuamente essi possono esprimere le proprie potenzialità forse sconosciute e sopite. Le soglie sceniche possono essere simili agli spazi concepiti da Bill Viola: mondi immaginali, spazi che non sono né qui né là e che tuttavia sono reali. Sono mondi fatti di immaginazione, idee, sogni, ricordi, forse i mondi più importanti per l’essere umano. Viola si riferisce alla realtà virtuale dove l’immagine grafica, tradizionalmente considerata una registrazione di entità già esistenti (una traccia, un segno su una superficie) conquista quella fluidità radicale, quella volatilità, quella stessa casualità e quelle potenzialità metamorfiche proprie dell’attimo presente.
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